Il piede giusto per rinnovare la giustizia

Con la consueta cautela istituzionale, Giorgio Napolitano è intervenuto sulla delicata questione delle riforme della giustizia, che oramai, a suo avviso, dovrebbero entrare nell’agenda parlamentare. Per alcuni aspetti ci sono già entrate con il decreto, già convertito, per l’emergenza carceri e con l’emendamento sulla responsabilità civile personale dei giudici approvato alla Camera da una maggioranza trasversale.
15 AGO 20
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Con la consueta cautela istituzionale, Giorgio Napolitano è intervenuto sulla delicata questione delle riforme della giustizia, che oramai, a suo avviso, dovrebbero entrare nell’agenda parlamentare. Per alcuni aspetti ci sono già entrate con il decreto, già convertito, per l’emergenza carceri e con l’emendamento sulla responsabilità civile personale dei giudici approvato alla Camera da una maggioranza trasversale. Napolitano ha lodato la scelta di Paola Severino di partire dai problemi carcerari, per la loro evidente urgenza. Ma ha fatto intendere che se si è fatto bene a partire da lì, ora non bisogna fermarsi. Più significativo l’accenno al necessario superamento del vuoto legislativo sulla responsabilità dei giudici. La questione è matura e può essere affrontata in questa fase politica, il che contraddice le esasperazioni polemiche non solo dei manettari dell’Italia dei valori, ma anche di quelli del Partito democratico, che aveva espresso intenti bellicosi nei confronti del governo intimandogli di bloccare l’approvazione definitiva al Senato (dove ci sarebbe una comoda maggioranza favorevole) della norma introdotta alla Camera. Probabilmente al presidente della Repubblica non è piaciuta soprattutto la levata di scudi della magistratura associata, che ha minacciato scioperi e dichiarato di non essere disposta a “trattare”. L’ordine giudiziario non ha titoli per “trattare” su un provvedimento che è nella facoltà del potere legislativo, e anche questa esorbitante volontà di interferire da parte dell’Associazione nazionale magistrati deve aver irritato il Quirinale, sempre attento a evitare conflitti istituzionali effettivi e a non dare spazio a quelli basati su un’erronea interpretazione della dialettica istituzionale.

In una situazione normale le affermazioni di Napolitano sarebbero ovvie e quasi scontate. Una giustizia che non funziona, come sanno tutti, deve essere riformata e resa più rapida ed efficiente. Tutti i cittadini sono responsabili di ciò che fanno e non si capisce perché la casta dei magistrati debba essere esentata da questo principio generale; la situazione carceraria grida vendetta al cielo ed è quindi indispensabile intervenire sia sull’emergenza di oggi sia, il che è più difficile, sulla struttura del sistema penale che è alla base di questa situazione deprecabile. In Italia, invece, dire queste ovvietà sul tema della giustizia è tutt’altro che scontato. Nelle osservazioni presidenziali si legge la volontà di salvaguardare il governo dai riflessi della guerriglia che agita il paese da vent’anni su questo tema, ma anche la speranza che si possa passare a una fase nuova, in cui il confronto si svolga sulle proposte politiche e sulle scelte riformistiche, e non su ripicche retroattive avvelenate e paralizzanti.